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Archivio di October 2007

Giovanni Battista Belzoni. Mostra BolognaFino al 31 dicembre 2007 si terrà presso il Museo Civico Archeologico di Bologna la mostra “Giovanni Battista Belzoni: un Indiana Jones alla riscoperta dell’Egitto”.

L’evento, organizzato dal Museo in collaborazione con il Biografilm Festival presenta la figura del poliedrico padovano, che agli inizi dell’Ottocento si recò in Egitto e compì importanti scoperte, ed è ora considerato uno dei pionieri dell’egittologia.

Giovanni Battista Belzoni nasce a Padova nel 1778, si trasferì presto a Londra per lavorare in un circo dove grazie alla sua prestanza fisica (era alto più di 2 metri) interpretava il ruolo dell’ “uomo forzuto”. L’esperienza nello spettacolo e nella preparazione delle scenografie gli permise di costruire una innovativa pompa idraulica che lo portò fino in Egitto, nella speranza di vendere la sua invenzione al sultano.

Fallito il tentativo prese l’incarico di trasportare per conto del britannico Henry Salt una gigantesca statua di Ramses II pesante 12 tonnellate dal Ramsesseum al Nilo, riuscendovi con mezzi di fortuna in sole due settimane.

Inizia così la carriera dell’egittologo, al tempo priva di qualsiasi regola, spinto dallo spirito di avventura e dalla necessità di mantenersi. Sono questi gli anni in cui in Europa si sviluppa il fascino per l’Oriente, per i suoi misteri e tesori nascosti, il gusto per l’esotismo e l’avventura, sulla scia della spedizione napoleonica in Egitto del 1798.

Dal 1815 al 1820 percorre l’Egitto da nord a sud compiendo eccezionali rinvenimenti e recuperando manufatti di squisita fattura. Tra le sue imprese possiamo segnalare la scoperta della tomba di Sethi I nella Valle dei Re, quella dell’entrata agli appartamenti della piramide di Chefren nella piana di Giza e il fatto di essere riuscito a penetrare all’interno templi di Abu Simbel, il cui ingresso era ostruito dalla sabbia del deserto.

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mostra balkaniSi chiuderà il 13 gennaio 2008 la mostra dal titolo “Balkani. Antiche civiltà tra il Danubio e l’Adriatico“, in corso presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria. Il grande successo di pubblico di questi ultimi mesi sta dimostrando ancora una volta l’interesse della comunità verso l’approfondimento delle proprie radici culturali e storiche.

Per la prima volta al di fuori del territorio della ex Jugoslavia, sono resi disponibili al grande pubblico le raccolte archeologiche del Museo Nazionale di Belgrado; raccolte che dai tempi della recente guerra degli anni novanta sono custodite all’interno di camere blindate e che torneranno ad essere esposte nella capitale serba solo dopo il 2010, quando il Museo di Belgrado sarà di nuovo accessibile, in seguito ai radicali restauri che si sono resi necessari al termine del conflitto bellico.

La mostra racconta la storia di popoli, di principi e guerrieri che nel millennio compreso tra l’VIII sec. a.C. e l’affermarsi della presenza romana (II sec. d.C.) abitarono, governarono o si contesero le terre bagnate dal Danubio e dalla Stava, fino all’Adriatico orientale.

In mostra sono esposti tesori principeschi, spesso realizzati ad Atene e Sparta o in Magna Grecia, per non dire di quanto proviene dall’Italia antica: esempi di tecniche raffinate raggiunte in antico nella lavorazione dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro, come pure dell’ambra balcanica e della ceramica. Sono oggetti d’ornamento personale o della mensa, oppure armi e marmi scolpiti, capolavori acquistati dai principi locali tramite i mercanti greci, opere di grande bellezza tanto da diventare modelli da imitare per gli artisti locale, che elaborarono nuove forme, prodotti di una nuova cultura figurativa.

Un esempio è la “Maschera di Trebeniste“, destinata, come per la celebre “Maschera di Agamennone“, di età micenea, a modellare in oro le fattezze del principe e ad immortalarle per l’eternità.

Di fattura arcaica è il cosiddetto “Magnifico Cratere”, uno dei quattro ritrovati al di fuori dell’ambiente propriamente greco, un manufatto in bronzo di grandi dimensioni e capolavoro della toreutica greca, che Adria ha ottenuto eccezionalmente in prestito, precedendo il Metropolitan Museum di New York che intendeva presentarlo al pubblico d’Oltreoceano nel 2007.

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I risultati delle ultime ricerche archeologiche presso Riva del Garda (Trento) saranno presentati mercoledì 17 ottobre 2007, presso lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas a Trento nell’ambito dei periodici incontri con il pubblico organizzati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Provincia autonoma di Trento.

La conferenza, realizzata in collaborazione con la sezione trentina dell’Archeoclub d’Italia, sarà tenuta da Cristina Bassi, archeologa della Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento, che traccerà una panoramica degli scavi condotti a Riva del Garda, in via Pilati, nel 2005 e 2006.

Le ricerche archeologiche a Riva hanno messo in luce un articolato complesso edilizio di epoca romana di circa 750 mq che è stato interpretato come terme pubbliche. Il complesso è costituito da un grande cortile centrale attorno al quale sono disposti una serie di ambienti dotati di sistema di riscaldamento a pavimento, tanto da poter essere interpretati come tepidarium, caldarium, laconicum secondo la consueta sequenza termale.
All’esterno del complesso si sviluppava una grande area aperta, adibita probabilmente a giardino e originariamente inserita all’interno di mura perimetrali di recinzione.

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“I costruttori di queste grandi fondamenta e fortificazioni ci sono ignoti, né sappiamo quanto tempo è trascorso dall’epoca loro, dal momento che oggi scorgiamo solo mura di raffinata fattura, erette secoli e secoli fa. Talune di queste pietre sono consumate e in rovina, e ve ne sono altre talmente imponenti che viene da chiedersi come poté la mano dell’uomo trasportarle fino a dove oggi si trovano. Oserei dire che si tratta delle antichità più vetuste di tutto il Perù … Ho chiesto ai nativi se risalissero al tempo degli Incas, ma gli indigeni, ridendo della domanda, mi hanno ripetuto ciò che ho già detto: vennero costruite prima del regno degli Incas; ma non sapevano indicare o ipotizzare chi o perché le avesse erette”
Pedro Cieza de Leon, 1549 [1]

La città oltre la porta del sole

All’epoca del viaggio di Pedro Cieza de Leon, probabilmente il primo europeo a posare gli occhi sulle grandiose rovine di Tiwanaku e lasciarcene una qualche seppure sommaria descrizione, solo poche rovine restavano a indicare il luogo dove secoli prima era sorta una delle più grandi capitali dell’America pre-ispanica.

Solo recentemente la moderna archeologia ha potuto riconoscere il ruolo di quella che fu certamente una delle più importanti e durature civiltà dell’intero Sud America, la prima a stabilire il proprio dominio su una regione estesa dall’Ecuador a Nord, fino agli altopiani della Bolivia e del Cile.

Tiwanaku fu il primo vero impero andino, un impero paragonabile per forza ed estensione a quello degli Inca, che sarebbe tuttavia sorto solo secoli più tardi, almeno sei, stando alle cronologie attualmente accertate. Tiwanaku domina insieme a Wari l’orizzonte antico dell’archeologia andina: due culture talmente simili e vicine da avere fatto coniare l’espressione di impero Tiwanaku-Wari per indicarne gli immensi possedimenti territoriali e l’ancor più vasta area di influenza.

Nonostante l’enorme importanza rivestita da Tiwanaku come culla della civiltà andina - un ruolo che Tiwanaku si spartisce con l’altra grande cultura madre delle Ande: Chavin de Huantar - , oltre un secolo di indagini archeologiche hanno potuto appena sollevare il velo su di una civiltà che resta ancora in larga parte avvolta nel mistero.

Neppure il vero nome di Tiwanaku ci è noto, Tiwanaku (o Tiahuanaco) essendo un nome Quechua, attribuitogli dagli ultimi arrivati, gli Incas, agli inizi del XV secolo.

Secondo una delle interpretazioni più diffuse, Tiwanaku significherebbe letteralmente “la città di Dio”. Il vero nome di Tiwanaku era però forse Taypikala “la pietra nel mezzo“, o più probabilmente Phoukara, “Luce splendente del Sole“. [2]

Quando gli Incas guidati dal leggendario imperatore Pachacutec giunsero a Tiwanaku per la prima volta, “si sentirono invadere dallo stupore“, come riferisce un manoscritto della conquista: “costruzioni simili non ne avevano mai viste“. [3]

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Nota
L’articolo è la riproposizione di un testo di Marina Milella, pubblicato nella versione precedente di Archeologia Italiana. La data di pubblicazione è del 2000

Premessa
L’articolo è più divulgativo che scientifico e non presenta nuove conclusioni; può essere considerato un’esposizione ordinata degli studi compiuti sull’area e dello stato delle conoscenze al momento attuale, quando sono in corso studi e scavi che possono modificare in ogni momento le ipotesi presentate. Non consideratelo un testo definitivo.
Ho cercato di essere obiettiva e di riportare per quanto conosco le varie ipotesi che in questo momento sono in discussione. Naturalmente ho le mie opinioni in proposito, e indubbiamente traspariranno da quanto ho scritto.
Ma sono solo opinioni. Nel testo non ci sono note, ma più sotto troverete, divisi per argomenti, elencati nell’ordine in cui sono trattati nel testo, le pubblicazioni da cui ho attinto. Ci sono citazioni ripetute in diversi argomenti.
In genere cito solo le pubblicazioni più recenti, o più «centrate» sull’argomento, che spesso riportano un’ampia bibliografia precedente.
Marina Milella

Il Foro di Traiano, l’ultimo dei Fori Imperiali, venne realizzato dall’imperatore con il bottino ricavato dalla conquista della Dacia, terminata nel 106 d.C.
Il Foro e la Basilica furono inaugurati nel 112 d.C. e la Colonna l’anno successivo.
Solo dopo la morte di Traiano, probabilmente tra il 125 e il 128 d.C., Adriano eresse un tempio dedicato all’imperatore defunto divinizzato e all’imperatrice Plotina, sua moglie.

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